Dal Codice al Prompt: l’AI e la Nuova Frontiera

Dal Codice al Prompt: l’AI e la Nuova Frontiera 1344 768 Sintagma | Create. Communicate. Inspire.
La sfida del 2026 tra Codice e Algoritmo

di Angela Maria Carlucci

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L’emergere dell’Intelligenza Artificiale generativa (da Midjourney per l’immagine a Sora per il video) ha ridefinito la creazione visiva: il linguaggio del prompt – il codice del romanzo – diventa lo strumento diretto per generare l’immagine, il codice del film. È il trionfo della sintesi algoritmica sul legame indicale con la realtà. Infatti, il digitale ha innescato una vera e propria frattura ontologica nell’immagine: la fine del legame indicale (l’immagine non è più una traccia fisica e chimica, ma un mosaico di dati, una sequenza numerica). In questo nuovo scenario, dove la “verità” dell’immagine non risiede più nell’origine ottica ma nella potenza di calcolo (un concetto incarnato già da Matrix nel 1999, definendo la realtà come puro codice manipolabile), si apre l’ultima e decisiva sfida per l’arte umana.

Per comprendere la portata di questa trasformazione, sono tornata a un saggio che scrissi nel 1995 all’Università di Firenze. Allora analizzavo il cinema nel dialogo con pittura, letteratura e teatro, basandomi sulla semiotica di Ferdinand de Saussure. Per questo, il termine ‘Codice’ faceva riferimento al sistema di regole semiotiche (la grammatica o sintassi) di un’arte. Non a caso il nostro sito web si chiama SINTAGMA: Il Sintagma è l’unità combinatoria, la sequenza concreta di segni (come una frase o un’inquadratura) che obbedisce a quel Codice. Questa “Regola” di combinazione – che rende possibile ogni Sintagma – è la grammatica che l’Algoritmo dell’AI è oggi in grado di identificare ed eseguire statisticamente con estrema precisione.


Per l’analisi storica e teorica su cui si base questo articolo, si veda la pubblicazione integrale: CODICE E TROPO: La Sfida dell’Intelligenza Artificiale nelle Arti.


Rileggendolo, ho scoperto che le teorie del 1995 sull’autorità dell’immagine e sulla durata narrativa (la struttura del tempo) anticipassero il paesaggio digitale. Sebbene la visione su supporto fisico (VHS/CD) avesse iniziato a liberare la narrazione dall’obbligo della fruizione cinematografica, è la smaterializzazione totale in favore dello streaming ad aver permesso alla serialità (da HBO a Netflix) di sostituire il romanzo ottocentesco come veicolo primario di complessità narrativa, spiegando esattamente la logica della visione infinita.

Non solo: il cinema digitale, superando i limiti fisici della ripresa e del montaggio, ha potuto affrontare le grandi sfide estetiche e relazionali poste dai teorici del passato. Autori come Christopher Nolan (con Memento, Inception e Tenet) hanno reso il montaggio uno strumento per replicare i meccanismi non lineari dell’inconscio e della memoria. Questa libertà, permessa dalla CGI (Computer Generated Imagery) e dai deepfake, ha paradossalmente riavvicinato il cinema alla pittura, trasformandolo in una “pittura in movimento iperrealista”.

Realizza visivamente ciò che romanzieri modernisti come James Joyce facevano 100 anni fa con la frammentazione dei pensieri e il flusso di coscienza. E al contempo, affronta le polarità sul rapporto con lo spettatore: da un lato la necessità di Brecht del distacco critico, dall’altro il desiderio di Artaud del coinvolgimento totale e viscerale. Il digitale permette di orchestrare tutti questi livelli contemporaneamente, cosa che il cinema analogico non poteva fare.

Questo è possibile perché il cinema di oggi, girato spesso dentro motori grafici (come Unreal Engine), viene percepito dallo spettatore non come un quadro, ma come uno spazio in cui desidera entrare.

La nuova Sezione VI segue questa traiettoria con chiarezza: la storia dell’arte è una battaglia continua. Lo scontro è tra Codice (Regola/AI) e Tropo (Anomalia/Umano). L’unica differenza tra il 1995 e il 2025 è che oggi la Regola ha assunto una forma infinitamente più potente e invasiva: l’Algoritmo.

Questa perfetta esecuzione del Codice Algoritmico ridefinisce radicalmente il ruolo del creatore. L’AI non sostituisce la coscienza, ma eleva la sfida. L’Algoritmo, lavorando sulla sola probabilità statistica, domina il Sintagma e può replicare i Tropi del passato; tuttavia, gli manca l’Intenzione e la Soggettività necessarie per creare il nuovo Tropo (l’anomalia che genera senso). La missione umana si sposta interamente sull’anomalia. Per Sintagma (consulenza e comunicazione), questo significa non limitarsi ad analizzare il Codice algoritmico, ma usare quella conoscenza per generare nuove strategie e superarlo con l’imprevedibilità del Tropo.

Come la fotografia costrinse la pittura a reinventarsi nell’astrazione, l’Intelligenza Artificiale costringerà tutte le arti basate sul Codice (dall’immagine alla scrittura alla musica) a cercare una nuova e indefinibile essenza che la pura sintesi di dati non può replicare.

Il futuro dell’arte risiede in quella singolarità non calcolabile: il Tropo – una scelta intenzionale e soggettiva che non può essere compresa attraverso la sola statistica – che vibra nelle sincopi impreviste di Thelonious Monk o nelle pennellate emotive di Renoir: nella deviazione che genera senso.


Angela è Linguista ed Esperta in Comunicazione | Autrice, Relatrice, Coach | Imprenditrice
“Amo le lingue, la comunicazione, l’empowerment e mi piace dare nuovi impulsi. La comunicazione è la mia passione”.

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